nei commenti a un blog privato
(a K.)
(via veneredimilo, prezzemolo) E mentre leggo, io che sono una drama queen anche, mi prendo mentalmente a calci in culo. (via inveceerauncalesse)
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(a K.)
(via veneredimilo, prezzemolo) E mentre leggo, io che sono una drama queen anche, mi prendo mentalmente a calci in culo. (via inveceerauncalesse)
johnjoejosh:(via signorponza)
Comunque è bello sapere che c’è gente che la pensa come te su certe persone ma che quando dovrebbe farsi sentire per darti man forte tace.
Bravi, begli ipocriti che siete, pure voi.
Sporcarsi le mani è troppo anche per voi.
Il detto: “Si fa prima a metterglielo in culo che in testa” è adattissimo per l’occasione. Non valgono il tempo sprecato! ;)
Buddha entra in un bar.
“Desidera?”
“No.”
* Esce *
” —Il Rinello, sempre più illuminato. (via lallegrochirurgo) (via el-hereje) (via seventieth) (via robertodragone) (via pellerossa)(via emmanuelnegro)
C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».
Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.
Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.
La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!
Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.
È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.
Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza - qui la vita costa quattro volte meno che in Italia - e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano - paese in cui va spesso - né thailandese, paese in cui gira i suoi film.
Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.
Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.
Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.
Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.
Dove dormire. Io consiglio sempre il divano della Merkel, ma in alternativa i B&B sono meglio degli alberghi, nonché piú carini. Le zone sono Friedrichshain, Kreuzberg, oppure quello che si chiama Kreuzkölln, che è l’unione di Kreuzberg con il quartiere Neukölln. Roba fina. È piuttosto sporco, turchi ovunque e non solo: italiani, sudamericani, spagnoli, russi, froci e forse qualche tedesco, ma se siete bravi, potete pure non incontrarli mai.
Vi nutrirete di Döner, altri ristoranti beh, per quello ci sono le guide in libreria.
Da non perdere il canale, posto romantico dove passeggiare, bere birra, mangiare, guardare i cigni che atterrano sull’acqua, quando non è ancora ghiacciata, comprare droghe, incontrare amici, scegliere il colore delle nuove tende di casa vostra, darsi delle arie. Tra i vari “kneipe” (locale dove si beve birra), ne segnalo uno dietro Schönleinstraße che serve pinte da 50 cl ad 1 euro. Roba da primi anni ‘60, a Matera. Hanno pure il bigliardino. Lo s’intravede dietro la coltre di fumo. Ah, nei locali a Berlino si può ancora fumare. In quelli dove è vietato, beh, lasciate perdere. Il fumo aiuta a bere birra, a darsi un tono ed a pronunciare parole come Über (circa), Hauptbahnhof (stazione centrale) e Umzüge (traslochi) senza apparire dei deficienti a quelli del tavolo accanto a voi. Sui traslochi, è giusto che sappiate che è lo sport preferito dei berlinesi. Perché vivere per più di due anni nello stesso appartamento, soprattutto se nessuno vi vuole cacciare via? Appunto.
L’ovest di Berlino, boh, ci sono andato una volta, tanti anni fa, quando era ancora tutta campagna. Io la lascerei per un giro nel pomeriggio a prendersi una fetta di torta, se proprio volete. Al ritorno magari, visitate pure il portone di Brandenburgo.
(via spaam)
I’m all for it.
fuck yeah science!
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì!
Sanza lumi, men nocivo
Or qui siamo, sia ‘l trastullo!
Son beota e infettivo
Or qui siamo, sia ‘l trastullo!
Mezzo moro
Assai chiaro
Emoinsetto
Mio sollazzo
Deh!
Deh!
Deh!
Eccello meno in ciò che fo meglio
E son onorato per questo don
La mia masnada è sempre stata
E ‘nfino al termine vi sarà!
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì!
Sanza lumi, men nocivo
Or qui siamo, sia ‘l trastullo!
Son beota e infettivo
Or qui siamo, sia ‘l trastullo!
Mezzo moro
Assai niveo
Emoinsetto
Mio sollazzo
Deh!
Deh!
Deh!
Dementico ‘mperchéassaporo…
Oh certo, ilarità mi dà!
Astruso fu, da recepir
Orben, comunque, nulla fa
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì, quanto giù?
Buondì, buondì, buondì!
Sanza lumi, men nocivo
Or qui siamo, sia ‘l trastullo!
Son beota e infettivo
Or qui siamo, sia ‘l trastullo!
Mezzo moro
Assai chiaro
Emoinsetto
Mio sollazzo
Un diniego! Un diniego! Un diniego! Un diniego! Un diniego! Un diniego! Undiniego! Un diniego! Un diniegoooooooooo…
(ho trovato il gruppo di FB definitivo)
(via phonkmeister:manyinwonderland)
Se stai leggendo questo post vuole dire che il tuo ferragosto non è diverso dal mio.
Comunque tranquillo, poteva andare peggio, potevi essere senza connessione.
” —Se stai leggendo… « Gli Appunti del Paz83 (via gianlucavisconti)…sia immorale farla usare a destra e a manca. Poi però ripenso a mia madre quando mi disse: “Non vorrai mica riconsegnarla nuova?” E allora mi dico che è davvero giusto onorare il padre e la madre.